Negli ultimi anni ho incontrato molte persone che parlano di crescita personale, spiritualità, consapevolezza e trasformazione interiore. Alcune mi hanno ispirata profondamente mentre altre mi hanno lasciato delle domande che, con il tempo, sono diventate sempre più importanti.
Più passa il tempo e più mi accorgo di quanto sia facile giudicare gli altri credendo di vedere chiaramente ciò che per loro è ancora invisibile, ed è proprio da qui che vorrei partire: dalla possibilità che nessuno di noi sia completamente immune dall’ego, né chi insegna, né chi guida, né chi parla di amore, di consapevolezza o di risveglio.
Viviamo in un’epoca in cui chiunque può condividere la propria esperienza con migliaia di persone e questo è un dono straordinario, perché permette a molti di trovare conforto, ispirazione e nuovi strumenti per affrontare la vita. Permette alle persone di scegliere il modello di crescita più vicino a loro, ma allo stesso tempo porta con sé una responsabilità enorme. Raccontare il proprio percorso può aiutare gli altri; pensare che il proprio percorso sia l’unico valido può invece diventare una trappola. A volte osserviamo persone che sembrano avere una risposta per tutto. Hanno una spiegazione per ogni sofferenza, una soluzione per ogni problema e una teoria per ogni difficoltà che incontriamo lungo il cammino. Per un certo periodo della mia vita queste certezze mi affascinavano.
Oggi, invece, mi sento più vicina alle persone che sanno dire: “non lo so”.

La vita mi ha insegnato che la crescita personale non è una destinazione. Non esiste un momento in cui possiamo dichiararci definitivamente arrivati. Esistono nuove comprensioni, nuove sfide e nuove parti di noi che chiedono di essere viste. Esiste un lavoro continuo che non finisce mai davvero. Lo vedo anche nella mia vita. Ho studiato, mi sono formata e continuo ad approfondire questi temi perché credo profondamente nel potere della trasformazione personale. Eppure non “sono arrivata”. Continuo ad avere paure, continuo ad incontrare i miei limiti e continuo a scoprire aspetti di me che hanno bisogno di essere accolti, guariti o semplicemente compresi con maggiore gentilezza ed è proprio questo che mi rende cauta quando incontro chi parla come se fosse approdato ad una verità definitiva. Non perché penso che sia in cattiva fede e nemmeno perché credo che voglia necessariamente manipolare gli altri, anzi molte volte penso che queste persone abbiano davvero lavorato su loro stesse, che abbiano attraversato dolori autentici e che abbiano trovato strumenti che le hanno aiutate profondamente, ma a volte però, ho l’impressione che si siano fermate lungo il cammino credendo di aver raggiunto il traguardo. E questa è una manifestazione di ego.
Quando una scoperta ci cambia la vita, è naturale pensare di aver finalmente trovato la risposta. Quando qualcosa ci salva da un periodo difficile, è naturale desiderare di trasmetterlo agli altri. Il problema nasce quando smettiamo di considerare quella scoperta come una possibilità e iniziamo a considerarla una verità assoluta. Credo che una delle trappole più sottili dell’ego sia proprio questa: convincerci di essere arrivati. Credere che ciò che ha funzionato per noi debba funzionare per tutti. Portarci ad osservare chi è ancora in difficoltà con un senso di superiorità che spesso non riconosciamo nemmeno. Uno degli aspetti che mi colpisce maggiormente è il giudizio che talvolta si nasconde dietro certe parole apparentemente spirituali. Ho sentito dire che chi soffre non ha lavorato abbastanza su se stesso. Che chi continua ad avere problemi attira energie negative. Che chi non si è ancora “risvegliato” vive nella mediocrità. Che ogni difficoltà sia semplicemente il risultato di una scarsa evoluzione interiore. Ogni volta che ascolto questi messaggi sento che qualcosa dentro di me si ribella, non perché la responsabilità personale non sia importante, lo è, e credo che imparare ad osservare se stessi sia uno degli strumenti più potenti che abbiamo, ma esiste una differenza profonda tra responsabilità e colpevolizzazione. Tra accompagnare una persona verso una maggiore consapevolezza o farle credere che il suo dolore sia la prova di un suo fallimento.
Immaginiamo una persona che sta attraversando un momento difficile. È stanca, ferita, confusa e fatica persino a trovare l’energia per affrontare la giornata. Una guida spirituale potrebbe accoglierla con rispetto, ascoltare la sua storia e ricordarle che ogni percorso ha i propri tempi. Potrebbe incoraggiarla a fare un passo alla volta, senza pretendere risultati immediati. Una persona intrappolata nel proprio ego, invece, potrebbe interpretare quella sofferenza come un segno di mancanza di consapevolezza, come se il dolore fosse sempre una colpa e non una parte inevitabile dell’esperienza umana. Eppure essere consapevoli non significa essere immuni alla sofferenza. Essere spirituali non significa non avere paura. Essere evoluti non significa non attraversare momenti di crisi. La vita continua a metterci davanti sfide, perdite, dubbi e cambiamenti, indipendentemente dal numero di libri che abbiamo letto o dai percorsi che abbiamo seguito.

Più lavoro su me stessa e meno sento il bisogno di dividere il mondo tra persone risvegliate e persone addormentate, tra evoluti e non evoluti, tra chi ha capito e chi non ha ancora capito. Più lavoro su me stessa e più mi accorgo che ogni essere umano sta affrontando una battaglia che spesso non possiamo vedere. Il vero percorso interiore non ci rende superiori, ci rende più umili, più comprensivi, più capaci di ascoltare. Più disponibili ad accogliere la complessità della vita senza avere sempre una risposta pronta. Più consapevoli del fatto che siamo tutti, in modi diversi, ancora in cammino, tutti sullo stesso livello. Come un percorso scolastico. C’è chi è ancora alle elementari e chi invece è già al liceo. Colui che va alle elementari, come potrà avere le stesse conoscenze di chi va al liceo?
Il problema non nasce quando qualcuno decide di insegnare ciò che ha imparato. Il problema nasce quando smette di imparare e inizia a giudicare. La vita continua ad insegnare a tutti noi, senza eccezioni, e la forma più autentica di saggezza non è sentirsi arrivati, ma ricordarsi ogni giorno di essere ancora in cammino.


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