Ci sono giorni in cui la nostra mente sembra una stanza troppo piena. Pensieri sparsi ovunque, preoccupazioni accatastate negli angoli, domande senza risposta che continuano a girare in cerchio come foglie trascinate dal vento. Ci svegliamo già stanchi, non perché il corpo abbia fatto qualcosa di particolarmente faticoso, ma perché la mente ha lavorato tutta la notte. Ha analizzato, previsto, immaginato scenari, ripercorso conversazioni, rivissuto errori e costruito paure, e quando accade, spesso pensiamo che ci sia qualcosa che non va in noi.
Viviamo in una cultura che ci invita continuamente a essere positivi, a vedere il bicchiere mezzo pieno, a cambiare prospettiva, a sostituire un pensiero negativo con uno migliore. E come sapete io credo totalmente nel potere dei pensieri positivi. Ho letto libri, fatto corsi, preso attestati fino a diventare insegnante certificata. Il problema è che a volte questo messaggio viene interpretato come un obbligo. Come se una persona serena non dovesse mai sentirsi triste o come se una persona forte non dovesse avere paura. Come se una persona che sta facendo un percorso di crescita personale non dovesse più avere pensieri negativi.
La realtà è molto diversa. La verità è che tutti abbiamo pensieri negativi, anche le persone che ammiriamo, anche chi sembra sicuro di sé, anche chi appare sempre sereno e sorridente. I pensieri negativi fanno parte dell’esperienza umana, la mente è programmata per individuare i problemi, i rischi, le possibili minacce. Per migliaia di anni questa capacità ci ha aiutato a sopravvivere.

Non siamo stati progettati per pensare positivo ventiquattr’ore su ventiquattro. Siamo stati progettati per osservare il mondo e cercare di proteggerci. Ecco perché la nostra mente, spesso, si concentra su ciò che potrebbe andare storto, sul pericolo, sulla perdita, sul fallimento, sul rifiuto. Non è un difetto, è un meccanismo umano, di difesa. Il vero problema non è avere pensieri negativi, il vero problema nasce quando iniziamo a sentirci sbagliati per averli.
Quando pensiamo:
- “Non dovrei sentirmi così.”
- “Dovrei essere più forte.”
- “Dovrei essere più positivə.”
- “Dopo tutto il lavoro che ho fatto su me stessə, non dovrei ancora avere queste paure.”
Ed è proprio lì che la sofferenza spesso aumenta, perché non stiamo più combattendo soltanto il pensiero difficile, ma stiamo combattendo anche noi stessi. È come avere uno zaino pesante sulle spalle e aggiungere altre pietre perché ci vergogniamo del peso che stiamo già portando.
Immaginiamo per un momento una giornata di sovrappensiero. La mente corre senza sosta, una domanda genera un’altra domanda, una preoccupazione apre la porta a dieci preoccupazioni nuove e ci si trova come in mezzo ad una folla rumorosa dove tutti parlano contemporaneamente. Le voci si sovrappongono e nessuna è davvero chiara. Alla fine non sappiamo più nemmeno quale pensiero abbia iniziato tutto questo rumore. La fatica mentale è reale. Non si vede, non lascia lividi, non appare nelle fotografie, ma può consumare energie quanto una lunga corsa. Ci sono persone che arrivano a sera esauste semplicemente perché hanno passato l’intera giornata a lottare con la propria mente.
Meritiamo comprensione, anche da parte di noi stessi.

Uno dei gesti più gentili che possiamo fare per noi stessi è smettere di pretendere una mente sempre tranquilla, perché una mente umana non è sempre tranquilla. A volte è confusa, a volte è spaventata, a volte è triste e piena di dubbi e questo significa semplicemente che siamo vivi. La serenità non nasce quando eliminiamo ogni pensiero difficile, ma nasce quando smettiamo di considerarli il centro della nostra identità. Quando diventiamo consapevoli del nostro pensiero negativo. Un pensiero che dice “non ce la farò” non è una profezia, è solo un pensiero. Un pensiero che dice “non sono abbastanza” non è una verità, è solo un pensiero. Un pensiero che dice “andrà tutto male” non è il futuro, è solo un pensiero. Quello che noi possiamo fare è ascoltarlo senza per forza obbedirgli, notarlo senza credergli automaticamente oppure possiamo semplicemente lasciarlo passare senza permettergli di trasformarci in ciò che non siamo.
Noi siamo molto più grandi dei pensieri che attraversano la nostra mente. Siamo lo spazio che li contiene, la persona che li osserva, la coscienza che li vede arrivare e andare e siamo quelli che li creano. E qui nasce il pensiero positivo, qui possiamo scegliere di ascoltarli e trasformarli a nostro favore. Consiste nel riuscire a rimanere presenti anche quando la mente è rumorosa. Nel continuare a vivere, amare, creare e camminare nonostante qualche nuvola nel cielo. Louise Hay diceva “Hai criticato te stesso per anni e non ha funzionato. Prova ad approvare te stesso e guarda cosa succede.”
Amarsi non significa non avere più pensieri difficili, ma significa imparare che quei pensieri non sono tutta la nostra storia. Sono soltanto una parte del paesaggio, e il paesaggio lo possiamo cambiare sempre rimanendo presenti a noi e andando avanti.
Bisogna non dimenticare però che molti dei nostri pensieri nascono da abitudini mentali costruite nel tempo, da ciò che abbiamo vissuto, dalle parole che ci siamo ripetuti o che ci hanno ripetuto per anni, dalle paure che abbiamo alimentato senza accorgercene. E qui viene il bello! Possiamo imparare a riconoscere un pensiero che ci fa soffrire e chiederci se sia davvero l’unica interpretazione possibile. Possiamo sostituire gradualmente l’autocritica con maggiore comprensione. Possiamo smettere di dare per vere tutte le storie che la mente ci racconta.
Ripetere frasi positive davanti allo specchio mentre dentro stiamo male, può sembrare strano e farci sentire “bugiardi”, ma proprio Louise ha creato un esercizio di connessione davanti allo specchio che ci aiuta a vedere i pensieri negativi che ci ripetiamo oggi giorno senza giudicarci e lasciarli andare. Si tratta di costruire un dialogo interiore più equilibrato, più realistico e più gentile, perché i pensieri influenzano il modo in cui guardiamo il mondo. Quando impariamo a trasformare alcuni dei nostri schemi mentali, spesso cambia anche il modo in cui viviamo le nostre giornate, perché iniziamo a vedere possibilità dove prima vedevamo soltanto ostacoli.

La nostra mente non è una prigione con le porte chiuse, è un giardino. Non possiamo impedire ad ogni erbaccia di comparire, ma possiamo scegliere quali semi continuare ad annaffiare.


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