Ci sono errori che durano pochi minuti e parole che invece restano addosso per anni. Spesso il momento più difficile non è quello in cui qualcosa va storto, ma è quello che succede subito dopo, dentro la propria testa. Il modo in cui ci si parla, il tono con cui ci si giudica, la velocità con cui si arriva a sentirsi “sbagliati” per un errore, una dimenticanza o un momento di debolezza. A volte succede così in automatico da non accorgersene nemmeno. Basta poco: una cosa fatta male, qualcosa che non è andato come previsto, una parola detta nel modo sbagliato e subito arrivano pensieri durissimi.

  • “Non ne combino una giusta.”
  • “Sono sempre il solito problema.”
  • “Dovevo fare meglio.”

Frasi che magari non verrebbero mai dette a qualcun altro, ma che diventano normali quando sono rivolte a sé stessi.

Il problema è che, con il tempo, quel dialogo interiore smette di sembrare una voce passeggera e inizia a sembrare verità.

Ci si abitua a parlarsi male. A pretendere sempre di più. A credere che criticarsi continuamente sia un modo giusto per migliorarsi, ma non funziona così. Sentirsi giudicati continuamente non aiuta a crescere. Aiuta solo a vivere ogni errore come una conferma di non essere abbastanza.

E allora si inizia ad avere paura di sbagliare, non perché l’errore sia grave, ma perché si sa già quanto sarà pesante il giudizio che arriverà dopo. Così si diventa più rigidi, più severi, più stanchi mentalmente. Si prova a controllare tutto, a fare sempre meglio, a non deludere nessuno. Ma nel frattempo si perde qualcosa di importante: la capacità di trattarsi con umanità.

La verità è che sbagliare fa parte di qualunque percorso umano. Nessuno cresce senza fare errori, senza avere momenti confusi, senza dire o fare cose che avrebbe voluto gestire diversamente.

Eppure molte persone continuano a vivere ogni sbaglio come una colpa personale. Forse gli è stato insegnato che valere significa fare bene, essere forti, avere sempre il controllo, ma vivere cercando continuamente la perfezione è estenuante. La perfezione non arriva mai, mentre l’insoddisfazione resta.

Imparare a parlarsi in modo diverso non significa giustificare tutto o smettere di migliorarsi. Significa smettere di trasformare ogni errore in un motivo per ferirsi da soli. C’è una grande differenza tra assumersi una responsabilità e distruggersi mentalmente per ciò che non è andato bene. A volte basterebbe fermarsi un momento e chiedersi: “Parlerei così a qualcuno a cui voglio bene?”

Perché spesso si offre comprensione a chiunque, tranne che a sé stessi. Non serve diventare perfetti per sentirsi abbastanza, serve solo iniziare a smettere di essere il proprio peggior giudice.


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